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Precariato cognitivo: i giovani nella trappola del giornalismo automatizzato
L’intelligenza artificiale non sta distruggendo il giornalismo. Lo stanno distruggendo certi esseri umani che hanno capito come usare l’AI per trasformare l’editoria in una filiera industriale del nulla. La macchina, da sola, non mente: esegue. È il contesto economico e morale in cui viene inserita a diventare tossico. E oggi, soprattutto nell’editoria minore e nel sottobosco del self-publishing, quel contesto sta assumendo tratti inquietanti.
Esistono ormai centinaia di siti che pubblicano articoli generati quasi interamente da algoritmi, spesso senza supervisione reale, senza verifica delle fonti e senza alcuna trasparenza verso il lettore. Diverse analisi internazionali hanno evidenziato la crescita di reti pseudo-giornalistiche costruite attorno a contenuti automatizzati, progettati unicamente per produrre traffico e monetizzazione pubblicitaria. Il problema non è soltanto qualitativo. È strutturale. Perché dietro molti di questi progetti non c’è innovazione editoriale, ma una forma aggiornata di sfruttamento.
Il meccanismo è semplice: abbattere i costi umani e moltiplicare i contenuti. Niente redazioni, niente editor, niente correttori di bozze, niente giornalisti pagati. Solo prompt, automazioni SEO e una catena di montaggio testuale che sputa articoli a ritmo industriale. A quel punto serve soltanto una facciata credibile. Ed ecco comparire firme sconosciute, collaboratori occasionali, aspiranti pubblicisti, ragazzi convinti di stare entrando nel mestiere mentre stanno soltanto riempiendo il vuoto prodotto dalle macchine.
In Belgio, un’inchiesta televisiva ha scoperto che numerosi articoli pubblicati da alcune riviste online venivano attribuiti a giornalisti inesistenti creati artificialmente. I testi erano generati tramite AI e firmati con identità costruite per simulare una redazione reale. È il punto in cui il giornalismo smette di essere mediazione culturale e diventa scenografia. Non informazione: arredamento algoritmico.
Anche esperimenti dichiaratamente provocatori, come alcune edizioni di giornali realizzate con l’ausilio massiccio dell’intelligenza artificiale, hanno mostrato limiti evidenti: errori fattuali, immagini difettose, informazioni inesatte e una costante necessità di intervento umano per correggere contenuti sbagliati. Ma almeno in quei casi esisteva una dichiarazione pubblica, un’assunzione di responsabilità, persino un intento critico. Molto peggio accade nel sottobosco invisibile di micro-testate, house organ e pseudo-riviste online che utilizzano l’AI senza dirlo, continuando però a vendere sogni umani.
Il bersaglio perfetto sono i giovani. Aspiranti giornalisti, scrittori, copywriter, studenti che cercano una firma, un tesserino, una possibilità. A loro vengono chiesti soldi per “editing”, “pubblicazione”, “formazione”, quando in realtà il lavoro editoriale è stato sostituito da pochi secondi di generazione automatica. Oppure vengono reclutati per “collaborazioni” che consistono nel ripulire testi scritti da chatbot: non giornalismo, ma manutenzione sintattica di materiale prefabbricato.
È un modello che produce due devastazioni contemporanee. La prima è economica: svaluta il lavoro intellettuale fino a renderlo intercambiabile con una macchina statistica. La seconda è culturale: abitua il pubblico a una lingua piatta, derivativa, senz’anima, progettata solo per riempire motori di ricerca, indicizzare parole chiave e generare traffico pubblicitario.
La vera tragedia è che molti di questi progetti si presentano come “democratici”, “innovativi”, “aperti ai giovani”. In realtà stanno costruendo una nuova forma di precariato cognitivo: il ragazzo non viene formato, ma usato; non cresce professionalmente, ma viene trasformato in comparsa di una redazione fantasma.
L’AI può essere uno strumento straordinario se entra in un rapporto di coautorialità trasparente, dove l’essere umano resta responsabile della verifica, dello stile, dell’etica e della visione editoriale. Ma quando diventa il paravento per eliminare il lavoro umano e monetizzare l’ingenuità altrui, non siamo più nel campo dell’innovazione. Siamo nel mercato nero della credibilità.
E forse il problema più grave è proprio questo: non stanno automatizzando la scrittura. Stanno automatizzando l’illusione.
MC
