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La dittatura dello slogan
In un’epoca che sembra aver smarrito definitivamente la dimensione del profondo, assistiamo al trionfo di una bidimensionalità raggelante che avvolge, indistintamente, il soglio pontificio e le cancellerie internazionali, le grandi democrazie d’oltreoceano e il nostro dibattito domestico. È la dittatura dello slogan, quella forma di comunicazione contratta che non è più veicolo di un pensiero, ma suo surrogato immediato. Se osserviamo la postura delle autorità odierne, ci accorgiamo che il contenuto e la forma sono collassati l’uno sull’altra, generando un’estetica della politica che vive di pura apparenza e di un'assenza di gravità intellettuale che spaventa per la sua pervasività.
Non si tratta di una semplice crisi di stile, quanto di una mutazione antropologica che Günther Anders aveva già lucidamente predetto parlando dell’uomo antiquato: un essere che fatica a stare al passo con la velocità dei propri prodotti tecnologici e finisce per ridursi a immagine, a simulacro di se stesso. Oggi, la parola pubblica non cerca più di interpretare la realtà, né di trasformarla attraverso il conflitto dialettico, ma mira esclusivamente a occupare uno spazio visivo o uditivo. Quando sentiamo le massime istituzioni italiane, dai vertici dello Stato ai rappresentanti del governo, rifugiarsi in formule cristallizzate, percepiamo una vacuità che non è necessariamente mancanza di buone intenzioni, ma radicale assenza di corpo. Sono enunciati pronti per essere consumati e dimenticati nello spazio di un battito di ciglia, privi di quell'ancoraggio alla complessità che la gestione della polis richiederebbe.
Questo fenomeno non risparmia nemmeno la sfera del sacro. Quando il Papa, pur nella nobiltà dei suoi intenti, si trova costretto a declinare i grandi drammi dell’umanità attraverso espressioni che talvolta appaiono come tweet spirituali, si avverte il rischio di una banalizzazione del messaggio. La religione, che per millenni è stata il luogo della complessità dogmatica e della sofferenza vissuta, sembra oggi talvolta inseguire la medesima semplificazione del discorso politico. Dire basta con la guerra è un imperativo morale indiscutibile, ma quando questa frase diventa l’unico orizzonte del discorso, senza l'analisi faticosa delle responsabilità, dei blocchi geopolitici e delle contraddizioni umane, essa scivola nel territorio del luogo comune, perdendo la sua forza profetica per diventare un'opportunità retorica di facile consumo.
Il fenomeno Trump, o le derive populiste che ciclicamente infiammano il cuore dell'Europa e dell'Italia, non sono che la manifestazione più rumorosa di questo svuotamento del senso. Ma il problema è più sottile e riguarda anche chi, dall’alto di una presunta superiorità istituzionale o intellettuale, si limita a ribadire concetti elementari come se fossero soluzioni politiche. Affermare la necessità della pace, senza articolare il faticoso cammino della diplomazia o senza il coraggio di atti concreti che vadano oltre la dichiarazione d'intenti, è un atto di pigrizia intellettuale che offende la dignità della persona. La persona, infatti, è la grande assente dall’orizzonte del potere contemporaneo, sostituita dal target, dall’algoritmo, dall’utente da rassicurare o da indignare a comando.
Siamo di fronte a quella che il fisico e filosofo Gaston Bachelard chiamerebbe una perdita di immaginazione materiale: non sappiamo più maneggiare la materia grezza della realtà, quella che sporca le mani e richiede tempo. Tutto è diventato levigato, uniforme, standardizzato. I dati sulla partecipazione al voto e sulla fiducia nelle istituzioni, costantemente in calo in tutto l'Occidente, sono la prova tangibile di questo scollamento: il cittadino avverte che dietro lo slogan non c’è più l’atto concreto, ma una rincorsa affannosa al consenso immediato. La politica è diventata un’appendice del marketing, dove l’originalità è bandita a favore di una rassicurante e sterile ripetitività che non produce futuro, ma solo un eterno presente.
Il sociologo Zygmunt Bauman ci aveva avvertito sulla liquidità della nostra società, ma oggi siamo andati oltre: siamo nella fase della gassificazione dei contenuti. La forma e il contenuto convergono sullo stesso soggetto, ovvero il vuoto pneumatico della rappresentazione. In Italia, questo si traduce in una classe politica che sembra recitare un copione scritto da altri, dove le grandi questioni — dal declino demografico alla crisi climatica, dalle diseguaglianze crescenti al ruolo dell'Europa — vengono affrontate con la profondità di un cartellone pubblicitario. Le autorità, anche le più alte, sembrano prigioniere di un dover dire che prescinde dal saper fare.
In questa convergenza totale, l’autorità smette di essere autorevole per diventare meramente autoritaria nella sua pretesa di verità semplificata. Si è persa quella sensibilità critica che dovrebbe essere il sale della democrazia. Serve, invece, un ritorno alla parola che pesa, alla parola che accetta il rischio del dubbio e che non teme la complessità del reale. Se non sapremo recuperare la distanza critica tra ciò che diciamo e ciò che siamo, tra l’annuncio e l’azione, resteremo prigionieri di un mondo in cui tutti dicono le stesse cose con le stesse parole, mentre la realtà, quella vera, continua a scorrere altrove, ignorata da chi avrebbe il dovere di governarla.
In ultima analisi, la crisi che attraversiamo non è solo politica o istituzionale, ma è una crisi della forma umana. L'uniformità dei contenuti e della forma è il sintomo di una civiltà che ha rinunciato alla sua capacità di distinguere, di analizzare, di andare oltre la superficie. Recuperare questa capacità non è un esercizio accademico, ma una necessità vitale per impedire che il nostro futuro sia scritto interamente da slogan che, per quanto nobili possano sembrare, non hanno più il potere di cambiare il mondo, ma solo quello di addormentare le nostre coscienze.
MC
