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Il teatro dell’inautenticità: come lo spettacolo ha cannibalizzato la politica
Da circa un secolo, la riflessione intellettuale ci avverte che la realtà rischia di essere sostituita dalla sua rappresentazione. Se a metà Novecento Guy Debord parlava di Società dello Spettacolo, oggi quella tesi ha trovato la sua massima e più problematica espressione nella comunicazione politica contemporanea. La politica globale e nazionale ha progressivamente smesso di essere il luogo del dibattito programmatico per trasformarsi in un palcoscenico teatrale permanente. Un teatrino in cui l’autenticità è sacrificata sull'altare della sineddoche visiva, dello slogan e della polarizzazione strategica.
Questo fenomeno non è la semplice conseguenza di leader istrionici, ma un vero e proprio sistema strutturale. La comunicazione politica odierna non
cerca più di informare o convincere attraverso la complessità del reale, ma punta a performare.
L'esempio più evidente e studiato a livello globale è senza dubbio Donald Trump. L'ex presidente statunitense ha scardinato i canoni della retorica istituzionale non eliminando i filtri, come
spesso sostiene la sua narrazione, ma sostituendoli con i codici del wrestling e dei reality show. La sua comunicazione non è autentica nel senso classico del termine, bensì iper-autentica: una
messinscena calcolata della spontaneità, dove il linguaggio volutamente semplificato e l'attacco frontale servono a creare un senso di vicinanza artificiale con l'elettorato, nascondendo una
precisa e cinica ingegneria del consenso.
Dall'altro lato dello spettro stilistico, ma speculare nella sua natura teatrale, troviamo la figura di Emmanuel Macron in Francia. Qui la
messinscena abbandona il populismo pop per vestire i panni del re repubblicano, una postura che la politologia francese ha definito giovesca. Le fotografie accuratamente studiate dal suo staff
ufficiale — che lo ritraggono stanco, con la barba incolta, nel pieno della gestione di una crisi internazionale — non sono meno costruite dei tweet di Trump.
È la spettacolarizzazione del potere tecnocratico e riflessivo, un'autenticità di laboratorio che cerca di intercettare il bisogno di competenza rassicurante, ma che finisce spesso per apparire
distante e distaccata dal Paese reale.
In Italia, questo processo di spettacolarizzazione ha radici profonde che risalgono alla discesa in campo di Silvio Berlusconi, ma ha trovato nei leader contemporanei una declinazione ancora più frammentata e pervasiva. Pensiamo a Matteo Salvini e alla transizione della sua comunicazione dalla politica di piazza alle dinamiche totalizzanti dei social network, culminata storicamente nella nota narrazione estiva del Papeete Beach. La costante esibizione del privato - il cibo, la vita quotidiana, i simboli religiosi - risponde al disperato tentativo di abbattere la distanza tra il leader e la massa. Tuttavia, quando la quotidianità diventa una scaletta editoriale quotidiana, l'effetto paradossale è lo svuotamento del valore del gesto stesso, che scade in una recita a soggetto.
L'attuale Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha costruito gran parte del suo successo sull'identità e sul claim di essere una madre, una
donna, una cristiana.
Una retorica fondata sulla radicalità e sulla vicinanza al popolo che, una volta giunta alla prova del governo, deve costantemente bilanciare la recitazione della militanza identitaria con le
rigide liturgie e i compromessi della diplomazia internazionale. Il rischio, anche in questo caso, è la percezione di un doppio binario: un copione per l'elettorato interno e uno per i tavoli di
Bruxelles.
Il limite intrinseco di questo teatrino è che, come ogni spettacolo, prima o poi rivela i suoi trucchi. Il cittadino-spettatore, inizialmente intrattenuto o polarizzato, sviluppa nel tempo una forma di assuefazione e di cinismo. Quando ogni dichiarazione sembra scritta da uno spin doctor e ogni reazione appare calcolata per ottimizzare l'algoritmo di TikTok o Instagram, a morire è la fiducia nelle istituzioni. La sfida della politica moderna non risiede nel rifiuto sterile dei mezzi di comunicazione contemporanei - strumento ormai imprescindibile - ma nella capacità di abitarli senza farsi deglutire dal loro formato. Fino a quando la comunicazione rimarrà un fine e non un mezzo, il teatro politico continuerà ad andare in scena davanti a una platea sempre più vuota e disincantata.
MC
